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News e Comunicati

XXVIII CONGRESSO NAZIONALE
DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
ROMA, 24 FEBBRAIO 2006

Intervento del Presidente della Feder.M.O.T.

Autorità Tutte,
Signori Magistrati,
Colleghi Avvocati,

la Legislatura che sta per chiudersi è stata foriera di cattivi doni per tutti gli operatori della giustizia.

Ai colleghi avvocati a causa della lunare invenzione del famigerato “indennizzo diretto” sarà impossibile difendere i propri assistiti nel contenzioso stragiudiziale contro le assicurazioni.

Poco o nulla è stato fatto per informatizzare seriamente gli uffici giudiziari.

Le risorse si sono progressivamente assottigliate, con tagli generalizzati a tutti i servizi essenziali per la giustizia e la progressiva precarizzazione del personale di cancelleria.

Tralascio ogni considerazione sulla legislazione intervenuta in materia di prescrizione, detenzione di stupefacenti, legittima difesa, legittimo sospetto, ecc.; si tratta di provvedimenti scoordinati tra loro e avulsi da ogni strategia finalizzata al rilancio della giurisdizione.

Per quanto invece riguarda la magistratura, la riforma dell’ordinamento giudiziario, nella quale avevamo intravisto l’occasione per introdurre alcune novità condivisibili, si è trasformata nel corso dei lavori in una selva di disposizioni sulle quali anche Franco Cordero ha espresso un giudizio assolutamente negativo.

Sotto l’aulico ma mendace nome di riforma dell’ordinamento giudiziario si è dato vita ad un corpo di norme alieno da una logica coerente con le reali esigenze di una giurisdizione evoluta ed efficiente.

La riforma dell’ordinamento giudiziario – come la si vuol ostinatamente definire – era partita con delle premesse interessanti e che noi per primi avevamo apprezzato, pur a costo di attirarci le critiche di alcuni colleghi togati, più di noi esasperati dal duro attacco subito e quindi poco inclini a verificare con meticolosa attenzione l’esatto e completo contenuto delle nostre dichiarazioni.

In particolare, prima che la riforma assumesse la veste definitiva attuale, avevamo espresso parole di apprezzamento per alcuni specifici principi innovativi, quali la possibilità per i magistrati più meritevoli di accelerare la progressione di carriera, la tipizzazione degli illeciti disciplinari dei magistrati e una selezione degli uditori giudiziari più specialistica che prevedesse accessi e percorsi differenziati per giudici civili e penali e per i pubblici ministeri, escludendo repentini cambi di funzione non accompagnati da un tirocinio preliminare e non regolati da meccanismi che salvaguardino la terzietà del giudice rispetto all’organo requirente.

Speravamo che, a seguito della riforma, si impedisse ai giudici civili di passare da un giorno all’altro ad amministrare processi penali e viceversa, senza un preventivo percorso di riqualificazione professionale; che si impedisse ad un pubblico ministero anziano in servizio di diventare presidente della sezione o del tribunale dove presta servizio un giudice avanti al quale ha esercitato la pubblica accusa. Insomma pensavamo ad una equilibrata separazione delle funzioni realizzata attraverso meccanismi di salvaguardia della terzietà del giudice.

Invece nella riforma non troviamo niente di tutto questo.

Quella venuta fuori è una riforma che separa definitivamente, irrimediabilmente e, soprattutto, inutilmente, non solo le funzioni ma le carriere giudicante e requirente, impedendo così un’osmosi importante tra le due funzioni e ingessando le scelte e i percorsi professionali di chi opera nella giurisdizione.

Insomma si è voluto somministrare un potente antibiotico per cavalli ad un bambino col raffreddore, quando non vi sarebbe stato niente di scandaloso nella possibilità che un giudice penale passasse alle funzioni requirenti o che un PM passasse alle funzioni penali giudicanti; sarebbe stato sufficiente prevedere alcune cautele quali, ad esempio, che tale passaggio fosse preceduto dal superamento di un breve periodo di prova nella nuova funzione per cui si concorre, oppure che nel passaggio dal ruolo requirente a quello giudicante, e viceversa, il magistrato non potesse scavalcare i colleghi che già prestano servizio nella funzione per cui si concorre, onde incentivare la specializzazione senza porre tuttavia dei paletti invalicabili.

E che dire del concorso di accesso alla magistratura? Solo apparentemente trasformato in un concorso di secondo grado, ad esso accedono oltre agli avvocati e ai magistrati onorari anche una serie di altri soggetti da formare ex novo sotto il profilo processuale. Chi paga i costi di questa più gravosa formazione iniziale? Non era più giusto a questo punto lasciare un accesso libero anche ai tanti giovani laureati preparati e meritevoli di accedere direttamente all’uditorato giudiziario?

Infine che dire degli illeciti disciplinari, la cui tipizzazione utilizza formule talmente generiche da estendere anziché restringere l’incertezza sul contenuto del comportamento sanzionabile?

Anche le proposte di noi magistrati onorari di tribunale sono state respinte; dopo che il Governo ha accantonato la riforma della magistratura onoraria, insabbiando l’unica proposta di legge che aveva superato la fase della discussione generale presso la Commissione giustizia della Camera.

Addirittura il governo ci ha negato il riconoscimento di quei contributi previdenziali e assistenziali che dovrebbero essere riconosciuti a tutti i lavoratori.

Il Governo si ricorda che siamo dei lavoratori solo quando dobbiamo pagare l’imposta sul reddito prodotto dalle simboliche indennità che ci vengono corrisposte, quasi che esse potessero essere considerate una forma di retribuzione dignitosa e proporzionata alla qualità e alla quantità del nostro lavoro.

Insomma in questi cinque anni ne abbiamo viste di tutti colori.

Ma sappiamo che la storia è ciclica e talvolta i cicli si ripetono senza interruzioni; possiamo quindi solo sperare che non arrivino altri cinque anni come quelli passati, perché la giustizia italiana e i cittadini italiani, un altro lustro così, non se lo possono permettere.

Grazie Paolo Valerio (*)

(*) Avvocato del Foro di Roma – Presidente Feder.M.O.T.