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RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENRALE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA IGNAZIO JUAN PATRONE
02-10-2006
Consiglio nazionale del 30 settembre 2006
del Segretario generale, Ignazio Juan Patrone
Consiglio nazionale del 30 settembre 2006
Introduzione del Segretario
1. Una doverosa premessa
Vorrei preliminarmente chiarire che alle elezioni si partecipa per vincere e
per far eleggere i propri candidati: abbiamo partecipato e abbiamo perso molti
voti. E’ una sconfitta perché in democrazia si chiede consenso e, quando non
lo si trova, il problema è di chi l’ha cercato, non di chi non lo ha dato. Il
nostro risultato è particolarmente grave e doloroso perché, nel privarci di
un Consigliere, esclude dal CSM Marisa Acagnino che aveva svolto un’ottima campagna
elettorale sul territorio in quel Sud che costituisce certamente l’area di maggior
sofferenza della giustizia e che oggi è privo di un nostra rappresentante.
Comprendo ma non condivido le ragioni di chi ha giustificato il risultato pensando
che Md non avrebbe potuto crescere all’infinito e avrebbe prima o poi avuto
un risultato negativo. Certamente in politica -come in economia- non esiste
uno sviluppo senza fine e prima o poi si incontra una fase di recessione. Oggi
però non siamo di fronte a un calo di voti, in qualche modo prevedibile visto
il mutato clima politico e associativo e con la certezza che gli altri gruppi
mai avrebbero commesso gli stessi errori di quattro anni fa. Perdere centinaia
di consensi in un colpo solo non è un campanello di allarme ma, appunto, una
sconfitta, cui occorre rispondere bene e rapidamente, senza però ragionare come
se fossimo alla canna del gas, perché abbiamo tutte le risorse e le possibilità
di riprenderci, rilanciando la nostra iniziativa.
Nello stendere queste note ho tenuto conto del dibattito sulle liste e degli
interventi all’Esecutivo del 15 luglio e alla riunione coi Consiglieri del 7
settembre. Ringrazio tutti per l’apporto che hanno voluto dare.
2. Il risultato complessivo delle elezioni
Il sistema elettorale e lo spoglio delle schede, senza distinzione di collegi
territoriali, non consentono analisi dettagliate del voto ma solo interpretazioni
generali sulle tendenze che emergono; è possibile però fare qualche ulteriore
congettura anche sulla base di testimonianze e sensazioni ricavate dalla campagna
elettorale e dal successivo dibattito.
Anzitutto dobbiamo registrare un dato complessivo negativo e preoccupante. Sono
diminuiti i votanti e molte sono state le schede bianche e nulle.
I voti validi sono passati da 7242 a 6677, quindi assai meno che nel 2002 (oltre
500 voti ) pur essendo aumentato il numero assoluto degli aventi diritto. Il
fatto che si sia votato a luglio non dovrebbe avere influito più di tanto, perché
da tempo ormai votiamo poco prima delle vacanze estive. Si tratta perciò di
colleghe e colleghi che hanno volontariamente disertato le urne. Dopo quattro
anni di dura lotta contro la riforma Castelli sembrano quindi emergere tendenze
generali di disillusione e disimpegno e l’immagine stessa dell’autogoverno sembra
uscire indebolita.
Si tratta di una tendenza che deve preoccupare tutti.
All’interno di questo dato, di per sé allarmante, Unicost tiene sui dati del
2002, MI si rafforza nel numero dei consiglieri ma non raccoglie un numero di
voti significativamente superiore a quello del Cdc del 2003, il Movimento va
bene ma non benissimo, Articolo 3 riesce a ottenere solo 270 voti, non molti
tenuto conto dell’assenza di candidati nella categoria giudici del distretto
di Napoli, ma abbastanza per pesare negativamente sul nostro risultato.
Md cala vistosamente in tutte le categorie, cassazione, PM e giudici di merito.
Non possiamo escludere che buona parte di coloro che non ci hanno dato il loro
voto sia da cercare tra le astensioni e la molte schede bianche. Non sembri
allora un paradosso il notare che in numeri assoluti mentre noi perdiamo nessun
gruppo pare vincere nettamente.
Una tendenza che sembra emergere è quella del voto disgiunto.
Diversi risultati tra le varie categorie dei candidati indicati dai diversi
Gruppi associativi sembra avvalorare questa sensazione; si è premiato il singolo,
la sua immagine, la sua ritenuta capacità di meglio rappresentare non tanto
il gruppo associativo organizzato quanto una determinata area, geografica o
professionale. Da questo punto di vista alcuni primi atteggiamenti in Consiglio
da parte di Unicost e MI fanno pensare alla avvenuta elezione di molti consiglieri
regionali o di micro-categoria, un dato su cui riflettere. Sembra quindi che
questa legge elettorale, ben sterilizzata nel 2002 dall’alleanza, abbia questa
volta raggiunto il suo scopo originario che era quello di depotenziare un associazionismo
giudiziario fatto di gruppi organizzati dando spazio a rappresentanze per aree
geografiche e per interessi individuali e di micro-gruppi.
L’imprevista bocciatura di Fucci nel collegio dei PM è stata forse il frutto
di un dissenso interno a UpC, che puntava decisamente a eleggere un secondo
candidato e si ritrova invece col candidato inatteso al posto di quello alla
vigilia ritenuto più forte.
Ma forse il successo imprevisto di Viola è da interpretare come un’indicazione
politica, volta a ridimensionare un dirigente associativo che molto si era esposto,
e in senso chiaramente unitario, nelle Giunte Bruti e in quella Riviezzo. In
tal caso si tratterebbe di un segnale al nuovo CSM da parte di chi aveva condiviso
la linea consiliare di UpC nella scorsa consiliatura e non vede di buon occhio
un atteggiamento diverso da parte di chi aveva invece con lealtà condiviso,
con Md e il Movimento, tanta strada in Anm. La sconfitta personale di Fucci
priva inoltre il distretto di Napoli di un suo eletto, il che costituisce un
dato del tutto inedito.
La campagna elettorale di tutti i Gruppi sembra essersi caratterizzata per un
forte, a volte ostentato, minimalismo. MI pare aver molto cavalcato la questione
economica (che col CSM non c’entra nulla), UpC ha propugnato una semplificazione
del sistema tabellare al limite della sua abolizione, in genere sono prevalsi
toni difensivi mentre poco o nulla si è detto delle disfunzioni della giustizia
che dipendono (anche) da un sistema di autogoverno che non funziona o funziona
male dalla periferia al centro e viceversa. Autodifesa, ricerca di protezione
da parte del singolo consigliere e del gruppo, nessuno senso della giustizia
intesa come servizio (non per i magistrati ma) per i cittadini: estremizzo un
po’, ma credo che il segno complessivo sia stato questo.
La tendenza complessiva, dopo anni di battaglie strenue e difficili che non
sarebbero state neppure ipotizzabili senza la salda presenza di Md al CSM, nell’Anm
e nelle Giunte locali, sembra sia stata quella per una rappresentazione di esigenze
locali o di gruppo professionale o generazionale.
Ha poi certamente contato (specie sul numero baso di voti validi) il fatto che
la riforma Castelli sia andata via via attuandosi coi decreti delegati, mentre
la prospettiva di una sua abrogazione si mostrava sempre più chimerica dopo
il voto alle elezioni politiche di aprile.
Di fronte ai rischi imprevedibili della riforma dell'OG un atteggiamento di
ripiegamento e delusione, una sorta di riduzione individuale del danno, sembra
aver prevalso sulla nostra (pur incompleta e certamente poco chiara) proposta
che, con tutti i suoi limiti, comunque chiamava alla responsabilità, alla partecipazione,
alla disponibilità al cambiamento.
3. Le ragioni della nostra sconfitta
Trovo del tutto normale che fra le cause del nostro risultato molti abbiano
indicato la questione candidature, in particolare la scelta del “4 + 1”, e che
altri abbiano osservato come il fattore di genere avrebbe impropriamente connotato
la nostra proposta politica tentando di mascherarne lo scarso appeal, con risultati
addirittura controproducenti. Non intendo sottrarmi alla discussione sul punto:
è chiaro che si sono commessi errori di valutazione e di proposta, altrimenti
si sarebbe, se non vinto, almeno limitato il danno.
Ma la questione della scarsa presenza di colleghe negli organismi associativi
e istituzionali, la loro modestissima presenza alla direzione di uffici che
non siano minorili o comunque di nicchia, la loro stessa scarsa partecipazione
alla vita associativa, nostra e della Anm, non ce la siamo inventata tra il
maggio 2005 e il luglio 2006. Si tratta di un tema sul quale Md ha molto discusso,
trovando infine una soluzione interna, con le modifiche statutarie di Palermo,
e una esterna, con la nostra azione concreta per le pari opportunità in Anm
e al CSM. Non credo allora che sia tanto semplice liquidare così la questione,
dicendo semplicemente che è stato un errore.
Sempre sulle candidature si sono usati altri argomenti, in astratto perfettamente
plausibili, quali quello delle grandi sedi e quello della relativa poca notorietà
delle candidate: ma certo non di Livio, che però ha avuto molti meno voti del
previsto.
Ipotizziamo allora per un attimo di aver fatto scelte diverse; avremmo forse
salvato il quinto seggio (risultato tutt’altro che disprezzabile, intendiamoci
bene) ma da un lato avremmo mascherato un’altra volta i problemi emersi dal
2002 (e da prima) nel nostro interno e nel rapporto con Movimento; dall’altro
avremmo dato l’idea di un gruppo tutto sulla difensiva, tutto arroccato sull’esistente
e sul già noto. Siamo davvero certi che questa soluzione sarebbe stata del tutto
soddisfacente ? Lascio la questione alla vostra valutazione. Non mi trincero
dietro all’argomento, formalmente valido ma politicamente assai debole, della
decisione presa dal CN.
Mi limito a dire che si è trattata di una scelta molto da emmedi, sulla quale
abbiamo puntato con qualche enfasi di troppo ma dietro alla quale stava e sta
un problema concreto e reale.
Un errore nel formulare la proposta di metodo, e poi quella di merito, sulle
candidature è stato certamente commesso: quello di non capire che, al di là
delle diverse opinioni, stava emergendo una richiesta in parte inedita espressa
con istanze di tipo locale, e non abbiamo visto in tempo che questa odiosa legge
elettorale aveva fatto scattare anche in Md il riflesso della richiesta di rappresentanza
per interessi territoriali, che peraltro continuo a credere che non debba essere
in alcun modo incoraggiata, ma semmai contrastata.
Nel 2002 ottenemmo un risultato eccezionale, favorito da alcune circostanze
particolari, alcune irripetibili quali l’incredibile incapacità di MI e UpC
di interpretare la nuova legge elettorale.
Inoltre le elezioni si svolsero in un clima di forte contrapposizione con il
Governo, mentre un nostro autorevole esponente era saldamente alla guida dell’Anm.
La nostra forte visibilità, in associazione e non solo, venne premiata anche
alle elezioni. Oggi, con le condizioni politiche profondamente mutate, quelle
ragioni si sono in gran parte consumate e hanno ripreso forza quelle correnti
che meglio rappresentano interessi particolari e più difensivi.
Quattro anni fa è iniziata una consiliatura che ha visto inusitati attacchi
all’indipendenza della magistratura e allo stesso autogoverno; quello della
nostra rappresentanza è stato un lavoro difficile, a volte poco visibile, che
si è si dovuto scontrare quotidianamente con problemi vecchi e nuovi, dalle
solite maggioranze a una componente laica di maggioranza pregiudizialmente aggressiva,
sempre pronta al ricatto della mancanza del numero legale e pregiudizialmente
contraria, se non apertamente ostile, a qualunque nostra proposta. Ciononostante
la nostra componente ha tenuto sul piano della difesa dell’indipendenza e su
molti temi e questioni di autogoverno.
In Consiglio ci siamo assunti spesso il peso di una responsabilità, quella di
far funzionare l’istituzione in condizioni di guerra dichiarata e il nostro
margine di manovra non è stato mai molto.
Nel 2002 un'alleanza ardita e tempestiva è stata vissuta dall'elettorato come
una novità politica e come una promessa di cambiamento ed è questo che ci ha
portato a vincere le elezioni con quasi la metà dei consensi. Ma le ragioni
della successiva insoddisfazione, prima serpeggiante, poi sempre più palese,
iniziarono a maturare all'indomani di quel voto perché non siamo stati capaci
di comprenderne il significato e di partire da lì per trasformare l'alleanza
elettorale in una alleanza politica. Abbiamo in qualche modo delegato la rappresentanza
di quelle istanze e l’interpretazione di quel risultato alle dinamiche consiliari
considerando però, sin dall’inizio, gli eletti come cinque di Md più tre del
Movimento senza dare alcun seguito, in termini di analisi e discussione fra
i magistrati, a quella felicissima intuizione. In altre parole, non siamo stati
capaci di corrispondere alla richiesta di cambiamento, non siamo stati capaci
di mantenere quella promessa. Ed una delle ragioni della nostra sconfitta è
in questa nostra omissione politica complessiva.
Abbiamo constatato durante la campagna elettorale -e anche prima- che nel nostro
elettorato quella appena chiusa è stata considerata una consiliatura deludente.
Sarebbe profondamente sbagliato però addossare la colpa di ciò ai nostri cinque
eletti. Sin dall’inizio sono emersi rapporti non facili col Movimento, in Consiglio
e non solo e non dimentichiamo che la stessa sofferenza ha attraversato il Movimento,
come noi sempre in bilico tra alleanza e identità. Ma è tutta Md che da troppo
tempo non ragiona sull’autogoverno e non propone un suo modello complessivo,
coerente e condiviso, limitandosi a decidere di volta in volta su singole questioni.
Alcune vicende –specie in relazione a nomine di dirigenti- vissute con sofferenza
hanno segnato momenti emblematici non di un rapporto dialettico tra gruppo consiliare
e corrente, ma piuttosto di una scarsa chiarezza sul modello di autogoverno
che proponiamo e su quello che riusciamo a praticare.
Abbiamo fallito in un obiettivo sul quale avevamo molto puntato nella campagna
elettorale del 2002 creando molte, forse troppe aspettative: quello per un CSM
trasparente ed efficiente. Qualcuno ha scritto che capisce come si possa pensare
(o far intendere) che gli altri hanno voti perchè promettono di più o sono più
disposti a compromessi mentre noi saremmo l'archetipo della serietà, della coerenza
e della purezza, e che occorre prendere coscienza del fatto che di serietà,
coerenza e purezza -oggi come ieri- ce ne sono poche, che nessuno ne detiene
il monopolio e che sentirsi tali per posizione è solo un atto di presunzione.
Credo che dobbiamo rispondere che non ne siamo affatto sicuri.
Non ci basta dire i nostri sono persone per bene, estranee a politiche clientelari
ed a scelte fondate solo su logiche di appartenenza; dovremo (ri)parlare di
contenuti, chiarendoci prima di tutto noi le idee sulle scelte da fare in materia
di valutazione di professionalità, progressione in carriera, incarichi direttivi
e semidirettivi, decentramento dell'autogoverno, partecipazione degli avvocati
ai consigli giudiziari ecc., ed elaborare una linea politica chiara. Su questi
punti Md deve ripartire con una riflessione collettiva, non ristretta ai nostri
consiglieri e ai dirigenti ma aperta a tutti i magistrati perché ci sono certamente
colleghi che ci avrebbero votato ma che non lo hanno fatto perchè la nostra
linea ultimamente non è stata ben definita su questioni specifiche dell'autogoverno.
L’unico seminario su questi temi negli ultimi anni è stato quello di Firenze
sui dirigenti (nel lontano aprile del 2004), che vide una buona partecipazione
e una interessante discussione ma nessuna sintesi utilizzabile nel lavoro consiliare
e dei CG.
Un tema più volte tornato negli interventi è quello della nostra presenza negli
uffici; a esso si intreccia una osservazione, secondo la quale siamo (o appariamo)
troppo elitari, intenti ad occuparci di questioni generali, importanti ma astratte.
Mi sembra –se interpreto bene- che l’impegno culturale e politico di Md (il
referendum per la Costituzione, la scelta per un’Europa federale, il progetto
per il processo civile, l’avvio di discussione sul diritto penale) non vengano
messi seriamente in discussione da nessuno. Ciò che si critica è la mancanza
di una particolare attenzione alle dinamiche tutte interne alla magistratura,
il non esserci occupati anche del quotidiano dei magistrati e dei loro problemi
professionali, logistici, ordinamentali. In particolare acutamente si è chiesto:
in quante sedi abbiamo fatto lavoro politico continuo su questi temi ? in quante
sedi MD ed i suoi rappresentanti nei C.G. lavorano in modo raccordato ? quanti
dei nostri aderenti che potrebbero farlo hanno provato ad affrontarli come dirigenti
facendo domanda per certi direttivi ? dobbiamo continuare a occuparci dei grandi
temi, dobbiamo occuparci però anche dei magistrati, e di fare il lavoro sporco
negli uffici, quello che non ti dà la patina del grande intellettuale, ma che
crea non solo consenso ma partecipazione.
Credo che questo, al di là delle contingenti scelte elettorali, sia un punto
cruciale e ineludibile, sul quale dobbiamo fare chiarezza al nostro interno.
Intanto stabilendo chi e come deve fare questo lavoro. Stare negli uffici vuol
dire fare attività al loro interno, in coordinamento con il CG e, quando è necessario,
con il CSM. Questa attività non è surrogabile da parte di (nessuna) dirigenza
nazionale, che certo può e deve favorirla coordinandosi con le Sezioni e coi
nostri eletti al Consiglio ma non può seguire situazioni locali o parlare coi
colleghi nei corridoi. Invece su alcune vicende, anche recenti, abbiamo misurato
drammaticamente la nostra incapacità ad assumere una qualunque iniziativa condivisa
e incisiva su temi quali quelli ricordati. Molte sezioni sono da tempo senza
Segretario, con colleghi che hanno rassegnato le loro dimissioni e non vengono
sostituti. Altre vivono alla giornata ed è persino difficile organizzare la
distribuzione di documenti e di pubblicazioni.
Siamo poi del tutto assenti da molte realtà professionali. Nel mio lungo giro
per l’Italia ho potuto verificare come in moltissime sedi siamo pressoché inesistenti
nel civile, ormai anche nelle sezioni lavoro di primo grado, spesso anche nelle
Corti di appello. Si tratta di una situazione che ci taglia fuori del tutto
dai problemi e dalla vita professionale di migliaia di magistrati, che non raggiungiamo
né conosciamo. Tutto ciò deve essere corretto con una attenzione capillare che
solo le Sezioni possono garantire; si tratta di un lavoro di lungo periodo che
non possiamo però permetterci di trascurare.
Dai dati dei nostri iscritti risulta che siamo in molti (oltre 800) ma anche
che siamo molto invecchiati, con una prevalenza preoccupante di FDS e Cassazione
su appello e tribunale, per non parlare della quasi totale assenza di uditori.
Se continua così, per effetto dei pensionamenti fra qualche anno semplicemente
non esisteremo più.
Occorre prendere atto che non si tratta (solo) di chiedere uno sforzo di tipo
volontaristico, né di promuovere campagne di tesseramento che oggi avrebbero
forse poche prospettive, quanto piuttosto di rendere visibile una nostra attività
quotidiana che non sia la mera proiezione di quella che svolgiamo, in sede nazionale
come in quelle distrettuali, per la Anm.
Anche molte Sezioni dovrebbero perciò interrogarsi con franchezza sull’attività
svolta, ad esempio domandandosi se alcune volte non si sia ceduto, magari inconsapevolmente,
a equilibri interni o nella Giunta distrettuale della Anm; se l’azione dei nostri
nei CG si sia sempre connotata per la dovuta attenzione ai casi critici o non
abbia accondisceso a logiche di quieto vivere locale.
Mi sia concessa ancora un’osservazione su un punto che solo da ultimo è emerso
nel dibattito.
Md e l’Anm. Il Congresso di febbraio a Roma, senza il lavoro preparatorio di
Md, semplicemente non ci sarebbe stato, nel senso che non avrebbe prodotto nulla.
Così come in molti distretti senza i presidenti e i componenti di Md le Giunte
sezionali non esisterebbero. Una volta approvata la legge Castelli e, soprattutto,
entrati in vigore i decreti delegati, forse abbiamo dato l’impressione di essere
rimasti a difendere un bidone di benzina vuoto, mentre altri iniziavano a riposizionarsi
e a lanciare ai magistrati un messaggio di disponibilità al compromesso politico,
con ciò rassicurandoli.
Certo è che da anni Md per l’Anm si è spesso –letteralmente- svenata, mentre
altri hanno lucrato risultati utilizzando posizioni utilitaristiche, anche se
travestite bene e sotto una posizione necessariamente unitaria. Non voglio riproporre
antistoriche e sciocche questioni sullo stare o sul non stare attivamente in
Anm; se ci disimpegniamo noi l’Anm semplicemente va in crisi.
La questione è un’altra; cosa dobbiamo sacrificare e sino a che punto possiamo
farlo al bene comune e quanto invece dobbiamo fare in prima persona, senza troppe
riserve e diplomazie ?
Nel futuro prossimo dovremo forse anche registrare meglio questa nostra posizione
in associazione.
4. L’Alleanza, dalla delusione alla rifondazione su basi rinnovate
Uno dei temi più ricorrenti nel dibattito post-elettorale è stato quello della
Alleanza, della sua eclissi e della mancata risposta alle promesse fatte nel
2002.
Mi permetto di ricordare che nei due CN di settembre e dicembre 2005 la prospettiva
dell’Alleanza venne ampiamente discussa e prevalsero voci dubbiose, a volte
contrarie.
Nonostante quel dibattito (inevitabilmente) interno, occorre prendere decisamente
atto che, con tutti gli errori (di tutti) e le difficoltà, la prospettiva dell'alleanza
con i Movimenti e con Articolo 3 rimane il quadro di riferimento necessario
per il futuro e per l'immediato nell’impegno nel CSM. Aggiungo: non solo nel
CSM, ma come prospettiva generale per un serio discorso sull’autogoverno.
Ho già fornito sopra qualche valutazione che qui rapidamente riassumo aggiungendo
qualche ulteriore elemento:
il mancato passaggio, nel 2002-2006, dalla prospettiva elettorale a quella politica
e una incompleta analisi del risultato, che non ha considerato sino in fondo
il fatto che la vittoria era l’effetto del convergere di voti d’area, di magistrati
che non intendevano riconoscersi in un specifico gruppo ma credevano nel progetto
(e sono delusi)
la delega della gestione dell’alleanza agli eletti al Consiglio, con sostanziale
disimpegno dei due Gruppi associativi, mai veramente capaci a mettere in comune,
al centro, valori e prospettive di lavoro comune che invece crescevano in molti
distretti
il rinascere di una forte autoreferenzialità, sia in Md che nel Movimento
la mancata analisi sul passaggio formale da “i Ghibellini” ad Articolo 3, quindi
da un gruppo di riferimento associativo locale a una corrente, piccola ma organizzata,
alla ricerca di una propria identità dopo l’ingresso autonomo nella GEC nazionale
molti errori certamente commessi dai tre Gruppi nella fase pre-elettorale.
Md ha pagato il prezzo più alto, ma molte voci autorevoli del Movimento hanno
colto questi elementi di una crisi più profonda, che riguarda anche loro.
Siamo però davvero sicuri che l’Alleanza funzioni sempre e comunque, anche senza
una più generale riflessione da mettere, realmente, in comune ? Alle elezioni
di Roma per l’Anm, ad esempio, non mi pare che il risultato sia stato esaltante,
così come a Napoli, dove la Lista 1 marzo ha conseguito nel 2005 un risultato
buono, ma inferiore a quello del 2001.
E’ vero che fra i colleghi matura sempre più la volontà di lavorare politicamente
insieme ai colleghi del Movimento e di Articolo 3 in modo strategico e non solo
elettorale e che sempre più si fa strada a livello locale la necessità di operare
confrontandosi con un'area di riferimento, più che secondo logiche spiccatamente
di gruppo. Però questa unità dal basso avrebbe dovuto essere rafforzata (e in
molte sedi costruita) dal 2002, e non poteva essere trasposta meccanicamente
alle elezioni del 2006 senza un preventivo lavoro capillare. Per quattro lunghi
anni non lo abbiamo fatto, né noi né i nostri alleati.
Una nuova intesa, veramente condivisa e con contenuti innovativi, dovrà a mio
avviso essere il primo obbiettivo politico, da subito, per Md, nell’autogoverno.
Da questo CN deve uscire una prima proposta, da rendere pubblica in tempi rapidi,
diretta ai colleghi che si riconoscono nel Movimento e in Articolo 3, ma soprattutto
a quelli che non hanno una appartenenza precisa ma si riferiscono ad un’area
anti-corporativa, per un lavoro da fare in comune, durante tutta la consiliatura,
per la definizione di un programma per l’autogoverno e un progetto per far uscire
la giustizia dalla secche in cui oggi si è venuta a trovare.
Dobbiamo farlo ora perché fra quattro anni, quando si tratterà di scegliere
(con quale legge elettorale oggi non sappiamo) i nostri candidati, saremmo ancora
una volta in ritardo.
Perché il nuovo Consiglio, appena insediato, dovrà affrontare le enormi difficoltà
di una controriforma che, in tutto o in parte, entrerà in vigore, e i magistrati
si attendono risposte nel segno della difesa dell’indipendenza e di novità di
metodo e contenuti.
Infine, perché presto saremo chiamati al rinnovo dei CG e dovremo presentarci
uniti, con candidature forti e un programma di alto profilo e possibilmente
comune in tutti i distretti.
Nel 2002 al successo elettorale non è seguito un impegno diretto per superare
gli inevitabili ostacoli e spesso abbiamo dato l’impressione di navigare a vista:
oggi dobbiamo invertire quella tendenza perché le colleghe e i colleghi ci chiedono
di essere coinvolti in un progetto comune e non si accontentano più dei rapporti
tra i Gruppi consiliari, né delle relazioni tra i dirigenti delle nostre correnti
in sede associativa ma chiedono di elaborare insieme un progetto comune, ampiamente
condiviso.
Per queste ragioni dobbiamo avviare da subito un programma di iniziative e incontri,
in sede nazionale e locale, per discutere dei temi più delicati oggi sul tappeto
in materia di autogoverno e di efficacia della giustizia; ne propongo qualcuno
e attendo le Vostre indicazioni:
rapporti tra il Consiglio superiore e i Consigli giudiziari, spesso umiliati
dalla maggioranza nel passato Consiglio, anche in vista della nuova composizione
e delle nuove competenze di questi fondamentali organi di autogoverno;
modalità di scelta, rinnovo e eventuale revoca dei dirigenti degli uffici giudiziari
in vista della temporaneità dei relativi incarichi;
indipendenza del Pubblico ministero e rapporti interni agli Uffici di procura;
organizzazione degli uffici e razionalizzazione delle risorse e delle competenze
alla luce di una rilevazione dei dati (i flussi) che non deve restare legata
all’attuale stato di complessiva e desolante inaffidabilità
il disciplinare
la formazione
Questi incontri dovrebbero coinvolgere il maggior numero possibile di colleghi,
anche non iscritti, mantenere una forma aperta al contributo di tutti, massimamente
dei componenti dei CG.
Non rapporti diplomatici tra dirigenti dei Gruppi, dunque, né discorsi avviati
e conclusi nelle stanze di Palazzo dei Marescialli, ma magistrati al lavoro
per la difesa della loro indipendenza in concreto e per il servizio giustizia;
alcuni appassionati interventi in tal senso non possono rimanere senza una risposta
concreta e rapida.
5. Convocare il Congresso per rilanciare Md
Dobbiamo convocare il Congresso nazionale in anticipo sulla scadenza statutaria
(maggio 2007).
Md ha necessità di avere in tempi rapidi, anche in vista del rinnovo del CDC
della Anm e dei CG, un segretario, un presidente e un esecutivo nella pienezza
dei loro poteri. Oggi ci troviamo senza presidente e con quattro componenti
dell’Esecutivo dimissionari e una loro sostituzione da parte del CN senza un
voto congressuale non avrebbe molto senso.
Sulle date possibili sono emerse due differenti opinioni, entrambe fondate su
argomenti plausibili:
secondo alcuni dovremmo darci appuntamento entro il 2006; secondo altri sarebbe
invece meglio attendere ancora qualche settimana, andando quindi alla fine di
gennaio o inizio febbraio 2007; a favore di una data a dicembre sta l'evidente
eccessiva leggerezza del gruppo dirigente e nella necessità di dare immediato
seguito ad un dibattito già avviato dopo le elezioni con un rilancio immediato
di Md nell'autogoverno e non solo; per gennaio/febbraio milita la necessità
di attendere i primi segnali dal nuovo CSM (dando così al nostro gruppo consiliare
la possibilità di valutare meglio alcune tendenze in atto) e quella di preparare
al meglio l'appuntamento, con riunioni nelle sezioni e nei gruppi di lavoro
non schiacciate dalla scelta di una data troppo ravvicinata; senza contare che
il segretario a termini di statuto deve far pubblicare la sua relazione almeno
45 giorni prima il che, in caso di scelta per dicembre 2006, metterebbe le sezioni
e i Gruppi di lavoro in condizione di discuterne solo pochi giorni, in pratica
il solo mese di novembre.
Per completezza va detto che con tutta probabilità le elezioni per il CDC della
Anm si svolgeranno tra maggio e giugno del 2007, ciò da un lato ci impone, per
preparare bene l'appuntamento, di non superare in nessun caso la data limite
di fine gennaio/prima settimana di febbraio.
Per la sede credo che la migliore sarebbe Roma, che ci consentirebbe di contenere
i costi e di avere una ampia partecipazione da tutte le sedi, vista la facilità
dei trasporti da e per la capitale. Sono state però da ultimo avanzate altre
proposte, che chiedo vengano subito concretizzate perché non abbiamo molto tempo
per discuterne; vi chiedo perciò di indicare chiaramente la vostra opzione.
Che Congresso dovrà essere ?
Un Congresso per discutere di Md e per rilanciare la sua immagine e la sua iniziativa,
ma senza dare l’idea di un gruppo chiuso che si consuma in un dibattito sterile
su chi siamo e cosa vogliamo ma che al contrario sia capace di dare contenuto
a proposta di autoriforma e di cambiamento; quindi meno esterni e un ampio dibattito
interno.
Molti hanno sollevato il tema della cd democrazia interna e qualcuno ha anche
ipotizzato modifiche statutarie volte a superare gli evidenti limiti di un testo
scritto in altra epoca e con una ben diversa magistratura. Vi sottopongo a questo
punto però la estrema difficoltà di una modifica statutaria da esaminare, discutere
e eventualmente approvare in così poco tempo.
Occorre oggi anche interrogarsi sul fatto che l’Esecutivo eletto dopo Palermo
si è rapidamente dissolto a causa della assunzione di impegni ministeriali da
parte del presidente e di due componenti e della elezione al CSM di Cesqui e
Maccora; e ancora che le designazioni da parte delle Sezioni dei candidati per
il Consiglio hanno riguardato un numero davvero alto di componenti l’Esecutivo
(ben cinque su nove), segno questo, a mio avviso preoccupante, del contrarsi
del numero dei militanti tra i quali scegliere consiglieri, dirigenti associativi
e componenti della direzione di Md.
6. Quale Md dovrà uscire dal Congresso ?
Dovrà forse Md abbandonare la prospettiva dell’autoriforma della magistratura
e del suo autogoverno ? Se accettassimo questa prospettiva tradiremmo il nostro
oggetto sociale.
Come è stato scritto, dobbiamo continuare a riproporre la necessità di un progetto
capace di coniugare diritti, qualità delle giustizia e responsabilità dell’organizzazione;
richiamare l’urgenza di tutela dei più deboli e indifesi; interrogandoci con
franchezza sul modo col quale abbiamo cercato di rendere concrete idee e progetti
e se siamo stati sempre coerenti rispetto alle enunciazioni generali ed astratte.
In altre parole, dobbiamo accettare la sfida del cambiamento del modo e dei
contenuti dell’autogoverno, portando la nostra proposta in tutte le sedi, Anm,
CSM, CG.
Un Gruppo che sappia coniugare le affermazioni di principio e programmatiche
sull’autogoverno e sulla gestione degli uffici con le prassi in concreto tenute
al CSM, nei CG e coi dirigenti.
Tante volte abbiamo dovuto constatare come i magistrati, in primis i nostri
iscritti, disertino spesso appuntamenti culturali e di approfondimento, sempre
sotto la spinta totalizzante della battaglia contro la riforma dell’OG, del
sostegno da dare alla Anm, della politica della magistratura per la magistratura,
quasi che il prodotto finale della giustizia (la decisione, col suo contenuto
destinato ad incidere sui diritti dei cittadini) avesse perso ogni interesse
e non meritasse più di essere discusso.
Questo è un atteggiamento corporativo: mettere la categoria professionale al
centro del mondo, rinunciare alla critica del diritto dal di dentro, compattare
anche fannulloni, cretini e disonesti (che esistono, eccome) in nome della difesa
dell’indipendenza della magistratura, senza contenuti e senza valori, diventa
una politica fine a se stessa, si svuota.
Qualcuno ricorda l’intervento di Flores d’Arcais a Ripetta nel 2004 a una nostra
iniziativa sull’OG ?
Ci chiese il perché del mancato coinvolgimento di aree più vaste di cittadini
nella battaglia contro la riforma Castelli e rispose che ciò accadeva probabilmente
per una generale insoddisfazione per il servizio che rendiamo, sia in termini
qualitativi che di tempi. E disse che le colpe stavano anche al nostro interno.
Ci domandò allora se non fossimo diventati una categoria autoreferenziale, la
cui difesa appariva una battaglia per mantenere privilegi di casta e non una
battaglia per i diritti di tutti. Quelle domande restano attuali.
A Palermo abbiamo cercato, in modo certo imperfetto e incompleto, di invertire
una rotta che stava portando Md a essere una delle componenti della Anm o poco
più.
Era una linea che cercava il recupero di contenuti politici e culturali forti,
di un autogoverno non come accordo fra gruppi associativi e microcorporazioni
interne, secondo quelle logiche di difesa della categoria (di tutta la categoria)
che erano certo giustificate temporaneamente dalla emergenza Ordinamento. Volevano
essere linee di valorizzazione delle professionalità, di coinvolgimento dei
magistrati a partire dagli uffici, per passare dai CG e finire al CSM. In questo
senso ho sempre inteso la formula del recupero di un autogoverno non di pura
delega ai consiglieri ma veramente dal basso.
Era una linea sbagliata ?
E’ stato mal illustrato il nostro impegno di contrasto, anche con puntuali osservazioni
di merito ampiamente elaborate e diffuse, della legge delega e dei decreti delegati
?
Se guardiamo ai risultati numerici delle elezioni la risposta è: certamente
sì. Non abbiamo saputo tradurre quel nostro lavoro in un immediato argomento
della campagna elettorale.
Ma se si da ragione ai soli risultati elettorali, che pure sono il sale della
democrazia e che non voglio certo svalutare, si rischia di confondere il mezzo
coi fini. Senza contare che una volta entrata in vigore la riforma Castelli
il quadro era cambiato radicalmente e si sarebbe comunque dovuto passare da
una politica di difesa a tutti i costi della categoria, tipo linea del Piave,
alla capacità di giocare le carte della giurisdizione quale valore costituzionale
ineliminabile che non appartiene alla sola magistratura ordinaria, e sul terreno
dei valori e degli interessi in gioco.
In altre parole, cercando di far valere l’indipendenza non come attributo astratto
della categoria, acquisito una volta per tutte da ciascuno per concorso, ma
come un fine da perseguire attraverso la capacità di inserire la AGO, le sue
decisioni e la sua residua, e non piccola, possibilità di auto-organizzazione
e autogoverno sul terreno di scelte, magari impopolari, ma importanti.
Da lì è venuta una nostra forte attenzione verso gli Osservatori come luogo
di una giustizia ad efficienza possibile e col coinvolgimento di altre categorie
di operatori.
Altrimenti, continuando a guardare il nostro ombelico, si rischia di perdere
la battaglia sul terreno dei diritti e della loro affermazione attraverso la
giustizia.
Dopo Palermo la prima preoccupazione è stata quella di far recuperare politicità
e progettualità a Md. Da lì la battaglia (vinta) per la Costituzione e una maggiore
attenzione ai gruppi di lavoro, che abbiamo cercato nei limiti dell’umanamente
possibile di seguire con attenzione. Non credo che si sia trattato di obbiettivi
sbagliati, anche se certamente avremmo dovuto coniugare quell’impegno con lo
specifico della categoria.
Occorrerà ora riprendere una forte iniziativa verso i giovani magistrati, che
non si metta però sul piano del fare concorrenza a chi fa promesse individuali,
che sempre ci sono stati e sempre ci saranno. I giovani colleghi appaiono disorientati
e convengo del tutto sul fatto che ce ne siamo occupati poco da anni. Quando
però leggo che anche colleghi con dieci e più anni di servizio hanno bisogno
di protezione penso a un errore di prospettiva, perché la protezione dobbiamo
cercarla partendo dalla organizzazione dei nostri uffici, provando a elaborare
un qualche criterio di priorità che non sia solo numerico, tanto per far statistica.
Dalla direzione nazionale, chiunque ne sarà investito, potrà venire sostegno
e appoggio a ogni iniziativa innovatrice ma non è possibile alcun intervento
sussidiario e sostitutivo. Dobbiamo tornare ad essere, anche fra i magistrati,
punto di riferimento professionale e associativo, antiburocratico e anticorporativo.
Pensare di risalire la china cercando consensi con logiche che non ci appartengono
sarebbe un errore imperdonabile e farebbe venir meno lo stesso stare assieme
del nostro Gruppo.
Roma, 30 settembre 2006
Il Segretario di Md