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Rassegna stampa
Da "La Stampa"
9 settembre 2004
PRESENTATO UN RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO
Lo strano concorso che fa tremare
I vincitori, tutti giudici in servizio da anni, ora rischiano il posto
NESSUNO s’illuda. L’avvocato Pierpaolo Berardi, di Asti, questa storia dei concorsi per uditori giudiziari «taroccati», non la abbandonerà mai: quattordici anni di durissimo (e costoso) confronto con la magistratura, con il Tar, infine con il Consiglio di Stato. Poche ma importanti vittorie e molte amare sconfitte. E ora siamo alle battute finali. Presto, entro ottobre, proprio il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi sul contenuto del suo ricorso, cioè se annullare il concorso avvenuto il 20, 21, 22 maggio 1992 a Roma, superato da 275 candidati (tutti diventati magistrati) su 2244. Se Berardi ha ragione, le sentenze e le decisioni prese da questi giudici e pm saranno «salve», ma loro no. Rischiano di perdere il posto, le funzioni e le qualifiche. Perché, in quel concorso, «è accaduto veramente l’impossibile», racconta Berardi. Il legale, un penalista, se ne occupa per una ragione strettamente personale. E’ infatti uno dei candidati dichiarati «inidoneo». Siccome ritiene di avere «fatto dei buoni scritti», decide di vederci chiaro. Ai sensi della legge 241/90 chiede la copia degli elaborati e dei verbali. Ne viene fuori un quadro sconcertante su tempi e modi del concorso: alle 9,40 del 6 ottobre 1992, per esempio, inizia la valutazione dei temi dal numero 619 al 633, compresi quelli di Berardi. Tre per ogni candidato. Ebbene, i lavori si chiudono alle 12,25, dopo una pausa di 20 minuti tra le 11,40 e le 12. Un semplice calcolo consente di accertare che gli esaminatori dedicano solo tre minuti per valutare ogni ponderoso elaborato. La sentenza del Tar del Lazio del 4 novembre 1996 è una sorpresa, uno choc. Riconosce semplicemente che i temi, anche quelli dei vincitori, «non potevano essere stati corretti e valutati secondo i tempi indicati dai verbali». A questo punto, l’avvocato di Asti decide che è arrivato il tempo di controllare anche gli altri, quelli dei candidati definiti «idonei». La battaglia dura anni e anni, e finisce però con un successo. Nel ‘97, dopo una serie ricorsi al Tar e un’interminabile querelle con il ministero di Grazia e Giustizia, l’avvocato riesce ad ottenere le copie dei temi dei «promossi», nel frattempo già al lavoro nelle varie circoscrizioni giudiziarie italiane. Errori ed orrori. C’era il candidato che non fa null’altro che copiare «numerosi estratti di una decina di autori, citando lunghi passi virgolettati, ricopiando persino i segni di interpunzione, i capoversi, la pagina, l’editore, l’anno di pubblicazione», in modo così letterale da far pensare a una specie di Pico De Paperis, un enciclopedico dalla memoria davvero troppo ferrea per essere vera. Un’altra, che oggi lavora in Piemonte, mette in fila «una serie di strafalcioni giuridici da non consentire neppure il superamento dell’esame di diritto penale in una qualsiasi università», osservano i denuncianti; una candidata, il suo tema, non lo finisce neanche. Tanto è inutile. Nell’elaborato, giudicato con la minima votazione (12) il pensiero, nell’ultima paginetta, si tronca a metà. Per uno dei «promossi», la commissione non definisce la votazione, il timbro finale resta desolatamente in bianco, senza la firma del segretario del presidente; un secondo furbo, per farsi riconoscere con sicurezza come uno dei raccomandati, scrive i suoi temi con una calligrafia «doppia», un po’ in un modo, un po’ in un altro, con un bizzarro effetto schizofrenico; un terzo scrive su una sola facciata del protocollo, e l’altra resta bianca: come una firma, sempre per farsi riconoscere. Un candidato fa di più. Avrebbe dovuto sviluppare un tema ma lui ne fa tranquillamente un altro. Al liceo, il voto, sarebbe stato il più classico dei 2. Invece ecco spuntare un 12. Ovviamente, idoneo. Sarebbe impietoso, oggi, individuare i nomi dei magistrati in base ai numeri di quei lontani elaborati del ‘92. Ma quello di Francesco Filocamo, uno dei vincitori del concorso, vale una citazione precisa, dato che i suoi tre temi, custoditi in teoria negli archivi del ministero, sono svaniti nel nulla. Proprio nei prossimi giorni, a Perugia (competente per i magistrati romani) dovrebbe concludersi il processo; ci sarà un confronto in camera di consiglio tra l’avvocato Berardi, in qualità di persona offesa, e due magistrati segretari, accusati della scomparsa del fascicolo Filocamo e pure di aver apposto alcune firme «singolari», comparse in calce ai verbali del concorso. Singolari perchè appartengono a persone non presenti nelle varie sedute della commissione. A proposito dei verbali. I quattro conclusivi delle prove scritte, i più importanti, sono appunto firmati da segretari «non pervenuti». In un caso, anche da un altro misterioso signore che addirittura era già stato sostituito. Insomma, un verbale fantasma.