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Rassegna stampa


Da "Guida al Diritto de “Il Sole 24 Ore” numero 22 del 3 giugno 2006 "

 



Gentili Colleghi,


sottopongo alla Vostra attenzione l'editoriale del Presidente dell'AIGA, Associazione Italiana Giovani Avvocati, al quale esprimo viva riconoscenza per aver sottolineato, dalle pagine della più diffusa rivista giuridica italiana, con voce autorevole e imparziale, non solo l'urgenza di una organica riforma della magistratura onoraria, ma anche la necessità di riconoscere, una volta per tutte, il nostro essenziale contributo all'Amministrazione della Giustizia.

Non credo sia solo un caso che, in più occasioni, seppure nella diversità delle specifiche prospettive e dei rispettivi scopi associativi, la Federmot e l'AIGA si siano ritrovate dalla stessa parte.

Noi magistrati onorari condividiamo d'altronde con i Giovani Avvocati diverse caratteristiche genetiche, oltre a quelle piuttosto ovvie di essere prevalentemente giovani e avvocati.

Alludo ad un certo modo di porsi contro corrente, ma sempre dalla parte della coerenza logica, a costo di passare per fastidiosi e prendere sonore martellate come il povero grillo parlante di pinocchio.

Di questi tempi dire semplicemente la verità o rivendicare un preteso diritto, anche quando ad altri può dare fastidio, può sembrare un modo ingenuo di porsi nei confronti dei così detti poteri forti; ma per chi ancora si sforza di credere che il nostro Paese meriti un futuro, anche giudiziario, migliore, credo sia l'unica via percorribile.

Buona lettura

Roma, 3 luglio 2006


II Presidente Avv. Paolo Valerio

 

Un forte sostegno ai giovani avvocati contro il «nanismo» degli studi legali

di Valter Militi *

La legislatura è appena iniziata ma l'attenzione della classe politica sui temi della giustizia sembra, ancora una volta, concentrarsi su questioni che, spesso con toni polemici ed esasperati, hanno caratterizzato il confronto politico dell'ultimo quinquennio, a scapito di una necessaria visione di sistema e di interventi riformatori non meno importanti.
La magistratura assodata in questi giorni è in fibrillazione per l'approssimarsi dell'entrata in vigore del nuovo ordinamento giudiziario e richiede un immediato intervento che ne congeli gli effetti, in attesa di un definitivo azzeramento; sul fronte politico, la maggioranza di Governo non ha esitato a promettere l'adozione di misure urgenti volte a scongiurare i "gravi danni" che l'Associazione nazionale magistrati ricollega all'entrata in vigore della riforma. Al di là dei vizi di metodo e delle lacune di merito della recente modifica ordinamentale, pure segnalati dai giovani avvocati, l'intenzione della coalizione di maggioranza di varare una controriforma dell'ordinamento giudiziario porterebbe quasi certamente le forze politiche a impantanarsi nuovamente in polemiche improduttive.
Altre, in questo momento, dovrebbero essere le priorità dell'agenda di governo, che andrebbe orientata su temi riconosciuti come urgenti da tutti gli operatori del diritto e dalla collettività, più direttamente incidenti sulle necessità dei cittadini, destinatali del servizio giustizia. In primis, i tempi della giustizia, che nonostante l'introduzione di nuovi riti o l'estensione (talvolta irrazionale) di quelli esistenti verso nuove materie, continuano a fare dell'Italia il fanalino di coda dell'Unione europea.
Eppure, una più sollecita risposta alle istanze di tutela dei cittadini non costituirebbe soltanto attuazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, ma rappresenterebbe una risposta forte ai ceti produttivi che lamentano, tra te principali cause della crisi economica delle imprese e del Paese, la desolante inefficienza dei servizi pubblici.
Non poter confidare, infatti, in una spedita definizione delle controversie si traduce in un disservizio i cui costì penalizzano in modo significativo la competitività dell'Italia rispetto agli altri partners europei e accentuano il divario tra l'economia nazionale e quella dei Paesi d'oltre oceano.
L'efficienza dell'amministrazione giudiziaria richiederebbe l'investimento di maggiori risorse che la situazione dei conti pubblici induce, realisticamente, a ritenere improbabile.
Nel breve periodo, pertanto, sarebbe auspicabile che l'azione del Governo si concentrasse su una migliore allocazione delle risorse disponibili attraverso interventi che abbiano una minore incidenza negativa sulle casse dello Stato.
In questa direzione, i giovani avvocati auspicano l'introduzione e l'incentivazione di sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, utili a favorire la deflazione del contenzioso civile, la riduzione dei tempi e dei costi della giustizia; e reclamano una semplificazione dell'inestricabile groviglio dei riti processuali, fonte di incertezze e, spesso, di ingiustificate disparità di trattamento. Occorre, altresì, affrontare l'annoso problema della magistratura onoraria senza la quale, oggi, la giustizia sarebbe al definitivo collasso.
Nessun operatore del diritto ignora che senza l'istituzione delle sezioni stralcio e dei giudici di pace, e senza il quotidiano lavoro dei magistrati onorari di tribunale, i tempi, già lunghi, del processo sarebbero divenuti assolutamente insostenibili: lo stato della giustizia amministrativa ne è un chiaro esempio.
È quindi evidente che la magistratura onoraria, della quale non si può immaginare realisticamente di fare a meno, va totalmente ripensata con una visione sistematica, affinché si possano coniugare le esigenze di celerità con la legittima aspettativa del cittadino di poter fare sempre affidamento su una giustizia di qualità.
Se dunque il Governo intende intervenire sull'ordinamento giudiziario, deve per prima cosa completarne la riforma, trattando quegli aspetti - come quello della magistratura onoraria - che non sono stati affrontati dalla recente modifica normativa.
Indifferibile è la riforma dell'ordinamento forense: c'è bisogno di un ceto professionale che soddisfi una domanda di servizi legali sempre più specialistica e complessa.
La realizzazione di questo ambizioso obiettivo presuppone, però, interventi su più livelli.
Il numero degli avvocati, in costante crescita, rappresenta la spia di un problema più ampio: in Italia c'è un surplus di laureati in discipline giuridico-economiche e un preoccupante deficit di laureati dell'area scientifica.
L'aumento incontrollato degli iscritti agli albi è inversamente proporzionale al livello medio della qualità delle prestazioni professionali: in breve, ci sono troppi avvocati poco preparati.
Occorre invertire questo trend partendo dall'Università: sino a quando le singole facoltà non potranno programmare le iscrizioni, non si potrà spezzare il meccanismo perverso e per certi versi paradossale, secondo cui da un lato le imprese saranno inesorabilmente costrette a cercare all'estero il capitale umano di cui hanno bisogno (perché i giovani, in mancanza di un seno orientamento pre-universitario, continueranno a dirigersi verso settori che non offrono più adeguati sbocchi occupazionali) e dall'altro gli atenei, in mancanza di risorse sufficienti da destinare all'ottimale preparazione di un elevato numero di iscritti, non potranno migliorare l'offerta formativa. Con la conseguenza che i laureati in giurisprudenza, privi di un adeguato bagaglio di conoscenze che consenta loro, ad esempio, uno sbocco lavorativo in ambito europeo, intaseranno sempre più gli albi degli avvocati, incrementando un precariato intellettuale di basso profilo. Orientare le scelte, programmare i numeri degli accessi ai corsi di laurea e alle scuole di formazione post laurearti significa, invece, creare le condizioni per una elevata professionalità e consentire al tempo stesso un inserimento razionale dei giovani nel mondo del lavoro: selezione della classe forense in base al merito e tendenziale equilibrio tra domanda e offerta delle prestazioni legali assicurano all'utente una migliore qualità dell'attività richiesta e concorrono a scongiurare la mortificante affiliazione della disoccupazione intellettuale.
I profondi cambiamenti che hanno interessato l'avvocatura nel tempo, trasformandola da ceto elitario a categoria molto disomogenea, con una preponderante componente giovanile e una sempre maggiore presenza femminile, non possono non influenzare le scelte del legislatore: non si giustificano più, oggi, barriere di tipo anagrafico che escludono le generazioni più giovani dal governo della categoria e si impongono misure di sostegno idonee a favorire l'inserimento
professionale delle donne avvocato.
Particolare attenzione deve essere riservata alla tutela dei praticanti avvocati e degli avvocati inseriti in strutture professionali molto articolate.
Ai primi dovrà essere garantito il diritto di svolgere il tirocinio in modo proficuo e il diritto a un compenso che sia proporzionato alla quantità e qualità
del loro apporto lavorativo. Ai secondi dovranno essere garantite regole che, disciplinando le concrete modalità di esecuzione della prestazione professionale, tengano conto della loro potenziale dipendenza economica dallo studio in cui esercitano l'attività.
Il nanismo degli studi legali italiani, vero e proprio handicap nella competizione con i concorrenti anglosassoni, se, per un verso, fotografa una realtà condizionata dal tessuto produttivo del nostro Paese - fortemente caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese - per altro verso deriva anche dalla scarsa attenzione del legislatore che non ha mai incentivato l'aggregazione dei prestatori d'opera intellettuale, e segnatamente degli avvocati, attraverso la previsione di concreti vantaggi fiscali o l'estensione dello schema della società di capitali (rigorosamente riservato, però, ai soli soci professionisti).
L'avvocato è il difensore del cittadino e non può disinteressarsi delle posizioni dei più deboli, i cui diritti sono soggetti ad aggressioni di ogni genere: a fronte di un'intensa attività legislativa sostanziale in favore dei diritti dei consumatori, poco si è fatto per renderne effettiva la tutela. Mancano strumenti processuali snelli e poco costosi che favoriscano la difesa di interessi economici modesti se rapportati a un singolo utente, ma assai rilevanti se considerati rispetto a una generalità di soggetti. Devono essere introdotti anche in Italia sistemi di attuazione della difesa collettiva, sul modello delle class action americane, che, riequilibrando i rapporti di forza tra coloro i quali acquistano beni e servizi per usi personali e le aziende, attribuiscano ai primi la possibilità di avvalersi di pronunce giudiziarie già invocate e ottenute da altri soggetti nei confronti della medesima impresa.
Gli ambiti di intervento sono, ovviamente, numerosi e variegati, ben oltre quelli indicati. C'è solo da augurarsi che le iniziative di questa nuova legislatura siano ricomprese in un disegno armonico e sistematico, rifuggendo dalla tentazione di interventi episodici e poco meditati; e che le forze politiche, oltre a recuperare spazi di dialogo tra maggioranza e opposizione, sappiano confrontarsi con tutti gli operatori del diritto, ascoltando attentamente la voce di un'avvocatura che, pur soggetta ad attacchi di ogni sorta, ha sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo politico di interprete e garante dei diritti del cittadino e interfaccia tra la collettività e il sistema giustizia.

* Presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati