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Gentili Colleghi,
sottopongo alla Vostra attenzione l'editoriale del Presidente dell'AIGA,
Associazione Italiana Giovani Avvocati, al quale esprimo viva riconoscenza
per aver sottolineato, dalle pagine della più diffusa rivista giuridica
italiana, con voce autorevole e imparziale, non solo l'urgenza di una
organica riforma della magistratura onoraria, ma anche la necessità
di riconoscere, una volta per tutte, il nostro essenziale contributo all'Amministrazione
della Giustizia.
Non credo sia
solo un caso che, in più occasioni, seppure nella diversità
delle specifiche prospettive e dei rispettivi scopi associativi, la Federmot
e l'AIGA si siano ritrovate dalla stessa parte.
Noi magistrati
onorari condividiamo d'altronde con i Giovani Avvocati diverse caratteristiche
genetiche, oltre a quelle piuttosto ovvie di essere prevalentemente giovani
e avvocati.
Alludo ad un certo
modo di porsi contro corrente, ma sempre dalla parte della coerenza logica,
a costo di passare per fastidiosi e prendere sonore martellate come il
povero grillo parlante di pinocchio.
Di questi tempi
dire semplicemente la verità o rivendicare un preteso diritto,
anche quando ad altri può dare fastidio, può sembrare un
modo ingenuo di porsi nei confronti dei così detti poteri forti;
ma per chi ancora si sforza di credere che il nostro Paese meriti un futuro,
anche giudiziario, migliore, credo sia l'unica via percorribile.
Buona lettura
Roma, 3 luglio
2006
II Presidente Avv. Paolo Valerio
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Un
forte sostegno ai giovani avvocati contro il «nanismo» degli
studi legali
di
Valter Militi *
La legislatura
è appena iniziata ma l'attenzione della classe politica sui temi
della giustizia sembra, ancora una volta, concentrarsi su questioni che,
spesso con toni polemici ed esasperati, hanno caratterizzato il confronto
politico dell'ultimo quinquennio, a scapito di una necessaria visione
di sistema e di interventi riformatori non meno importanti.
La magistratura assodata in questi giorni è in fibrillazione per
l'approssimarsi dell'entrata in vigore del nuovo ordinamento giudiziario
e richiede un immediato intervento che ne congeli gli effetti, in attesa
di un definitivo azzeramento; sul fronte politico, la maggioranza di Governo
non ha esitato a promettere l'adozione di misure urgenti volte a scongiurare
i "gravi danni" che l'Associazione nazionale magistrati ricollega
all'entrata in vigore della riforma. Al di là dei vizi di metodo
e delle lacune di merito della recente modifica ordinamentale, pure segnalati
dai giovani avvocati, l'intenzione della coalizione di maggioranza di
varare una controriforma dell'ordinamento giudiziario porterebbe quasi
certamente le forze politiche a impantanarsi nuovamente in polemiche improduttive.
Altre, in questo momento, dovrebbero essere le priorità dell'agenda
di governo, che andrebbe orientata su temi riconosciuti come urgenti da
tutti gli operatori del diritto e dalla collettività, più
direttamente incidenti sulle necessità dei cittadini, destinatali
del servizio giustizia. In primis, i tempi della giustizia, che nonostante
l'introduzione di nuovi riti o l'estensione (talvolta irrazionale) di
quelli esistenti verso nuove materie, continuano a fare dell'Italia il
fanalino di coda dell'Unione europea.
Eppure, una più sollecita risposta alle istanze di tutela dei cittadini
non costituirebbe soltanto attuazione del principio costituzionale della
ragionevole durata del processo, ma rappresenterebbe una risposta forte
ai ceti produttivi che lamentano, tra te principali cause della crisi
economica delle imprese e del Paese, la desolante inefficienza dei servizi
pubblici.
Non poter confidare, infatti, in una spedita definizione delle controversie
si traduce in un disservizio i cui costì penalizzano in modo significativo
la competitività dell'Italia rispetto agli altri partners europei
e accentuano il divario tra l'economia nazionale e quella dei Paesi d'oltre
oceano.
L'efficienza dell'amministrazione giudiziaria richiederebbe l'investimento
di maggiori risorse che la situazione dei conti pubblici induce, realisticamente,
a ritenere improbabile.
Nel breve periodo, pertanto, sarebbe auspicabile che l'azione del Governo
si concentrasse su una migliore allocazione delle risorse disponibili
attraverso interventi che abbiano una minore incidenza negativa sulle
casse dello Stato.
In questa direzione, i giovani avvocati auspicano l'introduzione e l'incentivazione
di sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, utili a favorire
la deflazione del contenzioso civile, la riduzione dei tempi e dei costi
della giustizia; e reclamano una semplificazione dell'inestricabile groviglio
dei riti processuali, fonte di incertezze e, spesso, di ingiustificate
disparità di trattamento. Occorre, altresì, affrontare l'annoso
problema della magistratura onoraria senza la quale, oggi, la giustizia
sarebbe al definitivo collasso.
Nessun operatore del diritto ignora che senza l'istituzione delle sezioni
stralcio e dei giudici di pace, e senza il quotidiano lavoro dei magistrati
onorari di tribunale, i tempi, già lunghi, del processo sarebbero
divenuti assolutamente insostenibili: lo stato della giustizia amministrativa
ne è un chiaro esempio.
È quindi evidente che la magistratura onoraria, della quale non
si può immaginare realisticamente di fare a meno, va totalmente
ripensata con una visione sistematica, affinché si possano coniugare
le esigenze di celerità con la legittima aspettativa del cittadino
di poter fare sempre affidamento su una giustizia di qualità.
Se dunque il Governo intende intervenire sull'ordinamento giudiziario,
deve per prima cosa completarne la riforma, trattando quegli aspetti -
come quello della magistratura onoraria - che non sono stati affrontati
dalla recente modifica normativa.
Indifferibile è la riforma dell'ordinamento forense: c'è
bisogno di un ceto professionale che soddisfi una domanda di servizi legali
sempre più specialistica e complessa.
La realizzazione di questo ambizioso obiettivo presuppone, però,
interventi su più livelli.
Il numero degli avvocati, in costante crescita, rappresenta la spia di
un problema più ampio: in Italia c'è un surplus di laureati
in discipline giuridico-economiche e un preoccupante deficit di laureati
dell'area scientifica.
L'aumento incontrollato degli iscritti agli albi è inversamente
proporzionale al livello medio della qualità delle prestazioni
professionali: in breve, ci sono troppi avvocati poco preparati.
Occorre invertire questo trend partendo dall'Università: sino a
quando le singole facoltà non potranno programmare le iscrizioni,
non si potrà spezzare il meccanismo perverso e per certi versi
paradossale, secondo cui da un lato le imprese saranno inesorabilmente
costrette a cercare all'estero il capitale umano di cui hanno bisogno
(perché i giovani, in mancanza di un seno orientamento pre-universitario,
continueranno a dirigersi verso settori che non offrono più adeguati
sbocchi occupazionali) e dall'altro gli atenei, in mancanza di risorse
sufficienti da destinare all'ottimale preparazione di un elevato numero
di iscritti, non potranno migliorare l'offerta formativa. Con la conseguenza
che i laureati in giurisprudenza, privi di un adeguato bagaglio di conoscenze
che consenta loro, ad esempio, uno sbocco lavorativo in ambito europeo,
intaseranno sempre più gli albi degli avvocati, incrementando un
precariato intellettuale di basso profilo. Orientare le scelte, programmare
i numeri degli accessi ai corsi di laurea e alle scuole di formazione
post laurearti significa, invece, creare le condizioni per una elevata
professionalità e consentire al tempo stesso un inserimento razionale
dei giovani nel mondo del lavoro: selezione della classe forense in base
al merito e tendenziale equilibrio tra domanda e offerta delle prestazioni
legali assicurano all'utente una migliore qualità dell'attività
richiesta e concorrono a scongiurare la mortificante affiliazione della
disoccupazione intellettuale.
I profondi cambiamenti che hanno interessato l'avvocatura nel tempo, trasformandola
da ceto elitario a categoria molto disomogenea, con una preponderante
componente giovanile e una sempre maggiore presenza femminile, non possono
non influenzare le scelte del legislatore: non si giustificano più,
oggi, barriere di tipo anagrafico che escludono le generazioni più
giovani dal governo della categoria e si impongono misure di sostegno
idonee a favorire l'inserimento
professionale delle donne avvocato.
Particolare attenzione deve essere riservata alla tutela dei praticanti
avvocati e degli avvocati inseriti in strutture professionali molto articolate.
Ai primi dovrà essere garantito il diritto di svolgere il tirocinio
in modo proficuo e il diritto a un compenso che sia proporzionato alla
quantità e qualità
del loro apporto lavorativo. Ai secondi dovranno essere garantite regole
che, disciplinando le concrete modalità di esecuzione della prestazione
professionale, tengano conto della loro potenziale dipendenza economica
dallo studio in cui esercitano l'attività.
Il nanismo degli studi legali italiani, vero e proprio handicap nella
competizione con i concorrenti anglosassoni, se, per un verso, fotografa
una realtà condizionata dal tessuto produttivo del nostro Paese
- fortemente caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese
- per altro verso deriva anche dalla scarsa attenzione del legislatore
che non ha mai incentivato l'aggregazione dei prestatori d'opera intellettuale,
e segnatamente degli avvocati, attraverso la previsione di concreti vantaggi
fiscali o l'estensione dello schema della società di capitali (rigorosamente
riservato, però, ai soli soci professionisti).
L'avvocato è il difensore del cittadino e non può disinteressarsi
delle posizioni dei più deboli, i cui diritti sono soggetti ad
aggressioni di ogni genere: a fronte di un'intensa attività legislativa
sostanziale in favore dei diritti dei consumatori, poco si è fatto
per renderne effettiva la tutela. Mancano strumenti processuali snelli
e poco costosi che favoriscano la difesa di interessi economici modesti
se rapportati a un singolo utente, ma assai rilevanti se considerati rispetto
a una generalità di soggetti. Devono essere introdotti anche in
Italia sistemi di attuazione della difesa collettiva, sul modello delle
class action americane, che, riequilibrando i rapporti di forza tra coloro
i quali acquistano beni e servizi per usi personali e le aziende, attribuiscano
ai primi la possibilità di avvalersi di pronunce giudiziarie già
invocate e ottenute da altri soggetti nei confronti della medesima impresa.
Gli ambiti di intervento sono, ovviamente, numerosi e variegati, ben oltre
quelli indicati. C'è solo da augurarsi che le iniziative di questa
nuova legislatura siano ricomprese in un disegno armonico e sistematico,
rifuggendo dalla tentazione di interventi episodici e poco meditati; e
che le forze politiche, oltre a recuperare spazi di dialogo tra maggioranza
e opposizione, sappiano confrontarsi con tutti gli operatori del diritto,
ascoltando attentamente la voce di un'avvocatura che, pur soggetta ad
attacchi di ogni sorta, ha sempre maggiore consapevolezza del proprio
ruolo politico di interprete e garante dei diritti del cittadino e interfaccia
tra la collettività e il sistema giustizia.
* Presidente
dell'Associazione italiana giovani avvocati
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