di Salvatore Carruba
Il ministro Emma Bonino ha avuto coraggio nel non conformarsi alla correttezza
politica dei suoi colleghi di maggioranza e nel difendere la separazione
delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, cancellata mercoledì
dal Governo. E una decisione chiaramente determinata dall’ansia di discontinuità
rispetto alla precedente maggioranza di Centro-destra. Essa appare perciò
più una scelta ideologica (o una banale ricerca del quieto vivere) che
non una decisione ponderata sul merito della questione. Con il rischio,
magari, che in futuro ci si debba pentire di tanta precipitazione: così
com’è già capitato con le innovazioni istituzionali bocciate dal referendum
dell’anno scorso, di cui solo ora molti cominciano ad ammettere l’attualità
e l’utilità (che forse avrebbero meritato coraggiosi miglioramenti più
che una definitiva bocciatura). Insomma, identificare la separazione delle
carriere con la destra e la difesa del sistema attuale con la sinistra,
e concludere che “oggettivamente” (come si sarebbe detto una volta) il
principio della separazione tende a mettere la magistratura sotto scacco,rende
impossibile qualunque valutazione serena; perpetua la deformazione ideologica
che vizia qualunque possibile dibattito sulla giustizia; capovolge una
radicata tradizione storica, che vedeva campione del garantismo la sinistra,
non la destra. Il merito di Emma Bonino è stato perciò quello di sottolineare
come questo tema non si presti a una semplificazione drastica e manichea:
non è necessario essere di destra per invocare un sistema giudiziario
più rispettoso dei diritti dei cittadini. Del resto, la non separazione
è in contraddizione palese con i principi del sistema accusatorio che
caratterizza il processo penale riformato (rispetto al modello fascista)
alcuni anni fa, grazie anche al contribuito determinante di alcuni dei
migliori giuristi “democratici” (sempre così si sarebbe detto allora):
un sistema che, ponendo accusa e difesa sullo stesso piano, richiede a
chi giudica una posizione “terza” che mal si concilia con la contiguità,
non foss’altro che fisica, con chi sostiene l’accusa. Non è un caso se
la separazione delle carriera sia la norma nei sistemi accusatorie nei
Paesi in cui si può parlare di giustizia senza i paraocchi dell’appartenenza
politica. L’aver ridotto la questione a una paralizzante disputa ideologica
rende impossibile studiare tutti i miglioramenti, le garanzie e le cautele
con cui procedere a una riforma che andrebbe valutata per quello che si
propone, non per chi la propone. L’approccio empirico risulterebbe particolarmente
utile nel settore della giustizia, che avrebbe tutto da guadagnare dallo
sforzo di vedere i problemi e di cercare di risolverli giorno per giorno,
senza lasciarsi paralizzare dall’orgogliosa convinzione che la colpa delle
cose che non funzionano sia sempre di qualcun altro (del Governo, della
destra, della sinistra, dei giudici, degli avvocati). Esemplare al riguardo
è l’esperienza, illustrata in un recente articolo di Diego Corrado e Marco
Leonardi su «la Voce.info», del Tribunale di Torino: qui, riorganizzando
drasticamente il lavoro, senza risorse aggiuntive né di uomini né di mezzi,il
carico pendente è stato ridotto in cinque anni del 33 per cento. Un risultato
quasi sbalorditivo,tale da aver fatto meritare al Tribunale e al suo “programma
Strasburgo” un importante premio europeo, di cui si era data notizia anche
su queste colonne. Ripeto perciò quanto dicevo la settimana scorsa a proposito
della burocrazia: cambiare in meglio si può, con l’umiltà di un approccio
pragmatico meno roboante ma più efficace delle guerre di religione.
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